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Mostre
1998
Ronco S/Ascona (Svizzera), Galleria Nova

 

Quello che colpisce il visitatore appena entra in una mostra d‘Arte delle opere di Fred Charap è il colore-risonante, lussuoso, quasi palpabile (se l’occhio potesse toccare, toccherebbe proprio lì ), condensato nei grigi e nei neri, sfumato nei bianchi argentei . Si percepisce immediatamente il gioco di dualità di questi dipinti, da una parte dipinti astratti che appartengono ed esistono alla tradizione moderna dell’ Arte come oggetto autonomo, liberato dalla sua dipendenza, dall’ imitazione all’altra, grazie alla loro capacità di illuminare riportano ad una più antica tradizione, the window on the world (la finestra sul mondo).

Nella sua forma classica questa tradizione ha messo insieme paesaggi distanti, nei salotti della vita quotidiana e ha evocato perfino la storia e la famiglia come soggetti necessari alla contemplazione; in precedenza, come icona e come graffiti risalenti alla preistoria, la finestra rappresentava un magico incantesimo. In entrambi i casi, come tutti i sogni, la finestra nella pittura ha significato una presenza nell’ assenza, portata alla luce dallo sforzo umano e dall’ Arte.

Guardando più da vicino, ci si rende conto di un fatto piuttosto inquietante; le superfici dei dipinti di Charap sono chiaramente e violentemente smembrate. Tagli-a volte corti e sottili, a volte lunghi e profondi- fessure o strappi, fasce, bende, spesse trame e perfino colla; tutto questo si contende con il colore ed è testimone di altri significati reconditi dell’Artista, manifestatasi come frammenti e materialità vigorosamente lavorata.Qui l’ astrattismo lirico dà modo di appresentare le caratteristiche dell’ Arte Povera, da Burri a Fontana, persino le performances contemporanee della

Body Art e del piercing. La tela è divenuta una pelle che ricopre l’ anima dell’ artista, e quindi un sito di lotta.

La mostra di Charap alla Galleria Nova offre una selezione di dipinti provenienti da due differenti serie. Lui stesso fa riferimento alla prima come “pagine” (infatti, questi dipinti sono per lo più eseguite su carta) ponendo la sua enfasi sui segni qui rappresentati in forma di scrittura e sui paesaggi della storia. Questi dipinti appaiono più o meno dittici: la loro tensione dualistica è sentita sia nel colore sia nella struttura, la legatura pesante come una fascia, forza di un’ unione tra due dissonanze. Anche qui le righe sono tagli, e il testo è assente. Nella seconda serie, per lo più composta di grandi dimensioni, Charap si rifà ai grandi maestri del colore, (Mark Rothko è uno dei suoi prediletti), ma ancora una volta la tela è forata e cicatrizzata. Se queste serie sono comprensibili come tuttavia storie, testi e finestre, mostrano un intenso senso archeologico sia negli eventi del mondo, sia nella loro ricerca interna della forma.

Questo forse è il disegnare beffardo e sardonico di Charap, il quale fornisce la più rilevante anatomia delle sue origini. Sebbene abbia trascorso gli ultimi quattordici anni della sua vita in Toscana, Charap è nato a Brooklyn ed è cresciuto nella città di New York, negli anni turbolenti dell’ espressionismo astratto, del Jazz e del Be Bop, della Beat Generation, e della Guerra Fredda. I suoi paesaggi di città sono allo stesso tempo miracoli di sospensione architettonica e accumuli di macerie apocalittiche – caverne e nicchie insospettate si comunano con muri severi,porte chiuse, finestre murate. La dialettica continua per informare gli abitanti di questi spazi; vittime della violenza urbana, essi sono persi in un oblio nel quale tutte le necessità umane – cibo, rifugio, amore, sono divenute comodità di poco valore. D’ altra parte possiamo vedere musicisti e acrobati che si cercano l’un l’altro in un mondo frammentario, e che giocano ostinatamente nel silenzio. Frank Kafka, un altro degli artisti prediletti di Charap, ha scritto in una sua famosa lettera: “L’Arte deve essere il piccone per il mare ghiacciato dentro di noi”.

Con il lavoro di Charap, abbiamo coscienza dell’imperativo morale sia di guardare profondamente dentro l’Io, che essere testimoni della storia del mondo, mettendoli assieme come forma, poesia, arte Fred Charap è un perseverante evocatore di lirismi astratti, perché è impegnato a ricercare in una via, quella dell’astrazione formale, di cui troppe volte e sempre a sproposito si è dichiarata la fine in nome o dell’ “antipittura” minimalista o dell’ oggettualità. Il fatto che nuove indagini su questo versante rivelino continuamente nuove aperture sta invece a dimostrare che quiesto linguaggio, che in Europa vanta precedenti illustri tra la Francia dell’ “abstraction liryque”, e l’ Italia dei primordi informali segnici o matrici, è assurto a pura classicità.

Classico a tutti gli effetti ci pare pure un artista come Cy Twombly,cuore a doppio battito tra mediterraneità e America, e nella cui opera possiamo trovare non indiretti riferimenti per quanto riguarda Charap. Il “modo” del nostro pittore è poi quello, tutto contemporaneo, di ricercare nomadismi tra differenti culture e diversi antecedenti: lo “strutturalismo” di Klee si sposa ad un’ attenta lettura dell’ Espressionismo astratto; l’uso pittorico del polimaterismo si riconduce tanto a Burri, quanto alla postmoderna poetica del frammento.In ciò che emerge dal magistrale impiego di liquide velature, telluriche sovrapposizioni e abrasioni , si legge infine la volontà di rendere assoluto e autosufficiente il ruolo di quella che Clement Greenberg chiamava “pittura integrale” e di quella che noi contemporanei ancora chiamiamo poesia.


 

 
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